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Dario DELLA PORTA

Potere, sublimità e devozione
Le vicende dei terremoti in musica

Prefazione di Bruno Carloti



edizione Lucca: LIM, 2010 (Istituto Abruzzese di Storia Musicale - Aforismi, 1)
pagine 67 + 12 tavole ft.
formato 14 x 21 • brossura

Euro 10 ISBN 88-7096-589-6
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Il primo momento in cui terremoto e musica si intrecciano è molto lontano. Il terremoto figura nella liturgia pasquale, quando si narra del sisma che segue la morte di Gesù. E la liturgia relativa alla Settimana Santa, come ogni altra liturgia, da sempre viene musicalmente intonata. Con la monodia del canto cristiano dapprima, e in seguito con una enorme varietà di stili a seconda delle diverse epoche. Tanto basterebbe già a rendere il terremoto nella musica un riferimento ineludibile.
Sin dai primi anno del Cristianesimo, al terremoto è stato conferito un aspetto ambivalente, e accanto all'immagine distruttiva ne è stata costruita una positiva e benefica: il terremoto annuncia la redenzione del genere umano e la resurrezione del Salvatore, e libera San Paolo dalla sua prigione di Filippi, proprio come è un angelo a liberare San Pietro da quella di Gerusalemme. E Origene, che attacca Celso anche per aver negato il terremoto nell'ora della morte del Redentore, volendo esaltare nel suo Commento al Vangelo di Matteo la preghiera in unità, usa immagini che mostrano il terremoto in forma inusuale rispetto all'immaginario collettivo, come uno strumento che serve a separare il terrestre dal celeste: allorquando

tutti dicono le stesse cose, rimanendo in perfetta unione di pensieri e di intenti, allorché questo popolo eleverà all'unisono il suo grido, avverrà ciò che sta scritto negli Atti degli Apostoli: "Vi fu un gran terremoto (...). Sarà distrutto e precipiterà tutto quello che è terreno(...)". Se queste cose dentro di te si compongono ormai in concorde armonia, (...) il modo per te è già distrutto, abbattuto.

Alle tradizionali invocazioni derivate dal terrore suscitato dal sisma ("A flagello terrae motus libera nos, Domine") si abbinano dunque accezioni meno comuni nei confronti dei cataclismi, di segno diverso e certo meno largamente condivise dagli esseri umani; forse nell'intento di esorcizzare una della calamità più temute dall'uomo, forse nel tentativo di trovare un ruolo nell'ordine del mondo anche a ciò che più ne incarna l'immagine del disordine.