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Tarare nel tempo. Qualche rilievo
| Autore | Licia Sirch |
| Collana | Studi e Saggi |
| N. | 4 |
| Dimensioni | 17×24 cm, pp. XVI+325 |
| Anno | 2017 |
| ISBN | 9788870969146 |
Tarare, Tragédie lyrique in cinque atti e un prologo, di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais e Antonio Salieri si rivela all’analisi non soltanto un esperimento finalizzato a riformare l’Opéra francese del Settecento, ma anche un fenomeno musicale e teatrale che suscitò interesse di pubblico e critica nei momenti cruciali della storia della Francia moderna: dalla première del 6 giungo 1787 alla vigilia della Rivoluzione, alla celebrazione della Presa della Bastiglia (1790), al periodo napoleonico, alla Restaurazione (1819) e al nazionalismo di fine Ottocento. L’articolo si sofferma su alcune delle tappe salienti di queste vicende, a partire dalle dichiarazione di intenti di Beaumarchais nel suo Discours préliminaire alla seconda edizione del libretto. In questo testo lo scrittore francese si rifà per un verso ai principi estetici della riforma di Gluck, e per un altro a una concezione dell’opera musicale intesa non soltanto come forma di intrattenimento pubblico, ma anche come strumento di comunicazione delle grandes ideés philosophiques del suo tempo, idee socialmente innovatrici e potenzialmente filo-rivoluzionarie. Sul versante musicale Salieri, incaricato della composizione dell’opera a seguito della rinuncia di Gluck, si attenne alle prescrizioni del librettista, a volte sacrificando le potenzialità espressive della musica – come rilevò la critica – per rendere più chiaro il messaggio trasmesso dal testo.
Mentre la musica di Salieri mantenne nel tempo una dignità che la critica non mancò di sottolineare, l’intento ‘filosofico’ di Beaumarchais diede luogo prima a querelles e poi a interventi di allineamento ideologico degli allestimenti ai successivi e nuovi contesti storici e politici. Ad esempio, nella rappresentazione del 14 luglio 1790, celebrativa della presa della Bastiglia, venne aggiunto un nuovo finale, il Couronnement de Tarare, con testi e musica dei medesimi autori, in cui risulta evidente il raggiungimento degli ideali di democrazia e libertà propri della Rivoluzione francese ormai divenuti realtà storica. E ancora, nel 1819, l’opera venne ridotta in tre atti e vi si aggiunsero nuovi balletti con lo scopo di alleggerirne l’originale potenziale eversivo e di renderla riproponibile nei circuiti teatrali nell’epoca della Restaurazione monarchica. Una voce palesemente eccentrica su Tarare e sul suo impianto ‘teorico’ funzionale a eventuali strumentalizzazioni, fu quella del tedesco Georg L.P. Sievers sull’Allgemeine musikalische Zeitung che, cogliendo l’occasione della manipolata messinscena parigina del 1819, rammenta e propone il rifacimento all’italiana di Tarare in Axur re d’Ormus effettuato da Salieri nel 1788 per il pubblico italiano e tedesco, in cui il musicista rimette in primo piano l’aspetto estetico, ovvero squisitamente musicale, rispetto a quello etico e ideologico.
L’opera ricompare a fine Ottocento (1882) nell’edizione di Gustave Lefevre per canto e pianoforte della collana promossa da Théodor Michaelis Chefs d’oeuvre classiques de l’Opéra Français (1877-1884), un autentico monumento nazionale dell’Opéra francese. In questo caso Pougin, autore dell’Introduzione all’edizione dell’opera, ne motiva la presenza in quel contesto non per il testo di Beaumarchais – giudicato quantomeno bizzarro – bensì per la musica di Salieri, collocata nel ‘glorioso’ percorso dell’Opéra francese, del Grand Art National tout court che va da Lully al Grand Opéra di Mayerbeer. Dunque un’ulteriore strumentalizzazione dell’opera in sintonia con l’ideologia del tempo.