Visualizza ingrandito
La produzione per flauto dolce a Napoli nel periodo del Viceregno austriaco
| Autore | Tommaso Rossi |
| Collana | Documenti di storia musicale abruzzese |
| N. | 7 |
| Anno | 2023 |
| ISBN | 9788855433105 |
Appare ormai con chiarezza che a Napoli, a partire dagli anni ’70 del XVI secolo, comincia ad affermarsi una forte e solida scuola di strumentisti a fiato. Dislocati nei gangli delle istituzioni didattiche della città questi musicisti sono degli autentici polistrumentisti, in grado di suonare con abilità tutti gli strumenti a fiato, e, tra questi, anche il flauto dolce, strumento cui i compositori napoletani dedicheranno, a partire dai primi anni del XVIII secolo, grande attenzione. Se il primo degli antichi Conservatori a prevedere l’insegnamento del flauto dolce sarà quello dei Poveri di Gesù Cristo, nel corso di un trentennio anche tutte le altre istituzioni didattiche napoletane cominceranno ad acquistare flauti e a prevedere, nei mansionari degli insegnanti, anche l’insegnamento di questo strumento. Il flauto dolce, a partire dalla fine del XVII secolo, comincia ad affermarsi in Italia come strumento d’elezione di un intrattenimento colto, legato agli ambienti aristocratici, particolarmente sensibili anche alle istanze culturali dell’Arcadia. A Napoli la “riforma” degli organici orchestrali cittadini (in primis la Cappella Reale e la Cappella del Tesoro di San Gennaro), avvenuta a partire dagli anni ’10 del XVIII secolo con l’introduzione dell’oboe, fa parte di questo scenario, così come la progressiva affermazione di un’importante scuola di fagotto. In questo quadro giocano un ruolo determinante alcune figure di musicisti, protagonisti di questo passaggio epocale: Ignatio Rion, che a Napoli si stabilì nel 1714 provenendo da Roma — dove aveva addirittura oscurato l’astro del grande violinista Arcangelo Corelli — supportato però da una schiera di meno famosi maestri locali, autentici polistrumentisti (Paolo Pierro, Francesco Antonio Izzarelli, Cherubino Corena, Ferdinando Lizio). Delineando i tratti di questo vivace contesto possiamo cogliere oggi meglio le connotazioni specifiche di alcune importanti pagine musicali, alcune già molto note, altre meno, che rappresentano il frutto maturo dell’interesse per gli strumenti a fiato, e per il flauto dolce in particolare, dei compositori napoletani.